Il Polittico di Carlo e Vittore Crivelli

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Polittico attribuito a Carlo e Vittore Crivelli

Il polittico, tradizionalmente attribuito alla tarda collaborazioneCarlo e Vittore Crivelli, Polittico, Monte San Martino tra i fratelli Carlo e Vittore Crivelli, proviene dalla soppressa chiesa di S. Michele Arcangelo. L’opera celebra la Madonna in trono mentre adora il figlio dormiente, placidamente adagiato sulle sue ginocchia. L’esecuzione della tavola, abitualmente attribuita a Vittore, denuncia la forte influenza dell’attività di Carlo sul fratello ravvisabile nel fasto ornamentale dei decori sebbene la figura, replicata nella fattezza e nell’atteggiamento, manca del risalto plastico e dell’energia dei modelli. L’utilizzo dell’antico come ornamento erudito torna nell’architettura del trono e nell’inserimento di elementi floreali e vegetali con valore simbolico. In alto, tra le sponde del trono, si intravedono: una mela che allude alla liberazione dal peccato originale e una pesca, frutto della salvezza nonché chiaro rimando alla trinità nelle tre parti che lo costituiscono: la polpa, il nocciolo e il seme in esso racchiuso. Il luccichio del fondo dorato è interrotto dal prato fiorito e dalla siepe che introducono i primi elementi naturalistici di matrice rinascimentale. A destra della Vergine ci sono S. Michele Arcangelo e S. Nicola di Bari: il primo è colto nell’atto di schiacciare sotto i suoi piedi il male rappresentato dal diavolo mentre giudica con la bilancia le anime dei morti; il secondo è raffigurato con il bastone pastorale, la mitra, il libro e le tre borse d’oro donate di nascosto, secondo quanto narrato nella Legenda aurea, per soccorrere le figlie di un concittadino caduto in disgrazia. Seguono S. Giovanni Battista e S. Biagio, dipinti eseguiti probabilmente da Vittore per la coloristica più incerta. Il precursore di Cristo è in piedi e regge il consueto filatterio che annuncia la venuta del Messia: Ecce Agnus Dei, Ecco l’Agnello di Dio. La sua figura si distingue in modo preminente dal resto delle tavole del primo ordine in quanto il santo è circondato da un paesaggio roccioso fantastico sul cui sfondo si notano due alberi giustapposti: l’uno rigoglioso l’altro secco a indicare la rinascita dell’uomo attraverso il rito del battesimo. Il comparto centrale è sormontato dall’immagine di Cristo morto sorretto da due angeli contriti dal dolore. Questa iconografia, particolarmente cara a Carlo, si diffonde in Veneto a partire da uno dei rilievi bronzei di Donatello per l’altare del santo a Padova. Alla sua sinistra hanno un posto d’onore: S. Martino titolare della chiesa e patrono della città e S. Giovanni Evangelista; alla sua destra accennano ad un dialogo S. Giacomo 08 San MartinoApostolo detto il Maggiore e S. Caterina d’Alessandria. Nella predella, eseguita probabilmente da Vittore su disegno di Carlo, è rappresentato Cristo Salvatore tra i dodici Apostoli. Il polittico è oggetto di diverse attribuzioni: alcuni ritengono l’opera frutto della collaborazione tra i due fratelli, altri del solo Vittore e altri ancora di un ignoto collaboratore. L’eleganza formale e stilistica dei Santi del secondo ordine unitamente a S. Michele e S. Nicola dell’ordine centrale induce alcuni critici ad assegnare queste tavole alla mano di Carlo, ritenendo che gli altri pannelli siano opera di Vittore. I fratelli Crivelli, e in particolar modo Carlo, sono i protagonisti di quella cultura “adriatica” definita da Zampetti “veneto-marchigiana” a cui appartengono anche i camerti Giovanni Boccati e Girolamo di Giovanni, i quali probabilmente incontrano Carlo a Padova, conoscenza la loro che si consolida a Camerino quando Carlo vi risiede dal 1480 in poi. Le tavole dipinte dai fratelli Crivelli sono iscritte entro modanature gotiche da attribuire, secondo Giuseppe Crocetti, all’intagliatore montelparese Giovanni di Stefano. Lo schema generale a tre ordini, la cornice orizzontale con foglie di acanto accartocciate che divide il registro centrale da quello superiore, le paraste ornate all’esterno con fogliame e pigne aggettanti e le guglie svettanti sono tutti elementi considerati come un’autentica firma del maestro di Montelparo. L’ancona di Monte San Martino, per molti anni ignorata dalla critica, resta un documento di estrema importanza per avviare una riflessione non solo sulla collaborazione tra i due fratelli, ancora non riscontrata altrove, ma anche sul rapporto di Carlo con i suoi collaboratori.